LAPPONIA SVEDESE

Gennaio 2017

Ero arrivato a Stoccolma il giorno prima. Poi 15 ore di treno notturno per raggiungere il cuore della Lapponia.

Certo, avrei potuto prendere un volo aereo, viaggiando più comodamente e spendendo 4 volte tanto, avrei potuto evitarmi le infinite distese innevate o le urla di gioia di una ragazza cinese quando al mattino ha guardato fuori dal finestrino e ha visto quello spettacolo… va bene, avete capito.

Passai la giornata a Kiruna, non avevo programmato molto e volevo esplorare la zona. Sia i residenti che alcuni viaggiatori mi consigliavano di visitare l’Ice Hotel. No, grazie. Io volevo la natura selvaggia.

Il giorno successivo mi sveglia presto per prendere il treno per Abisko, il parco nazionale lappone.
Fare l’autostop in Svezia è davvero semplice. Con mè c’era Pamela, 45 kg di peso che sgambettano come matti, le fu sufficiente alzare la mano per fermare la prima macchina che passava, venimmo caricati al volo e appena la conducente capii che eravamo in ritardo comincio a sfrecciare per le strade innevate scaricandoci praticamente dentro la carrozza del treno senza tanti complimenti.

Un’ora dopo eravamo ad Abisko, dove la scelta era un trekking nel parco, fare una delle tante costose attività proposte o andare al centro turistico. Non ci fu bisogni di parlare, prendemmo uno primi sentieri appena tracciati nella neve.

Per la prima ora il sentiero costeggiava laghi ghiacciati e un fiume che si faceva strada tra rocce e neve. Mi sentivo un po come gli antichi esploratori delle terre nordiche, accompagnato dal suono del silenzio.
Appena il sentiero deviò lontano dal fiume ci apparve all’improvviso, senza emettere alcun suono. Un’enorme (davvero enorme) alce selvatica. Sul viso di Pamela era comparsa una strana espressione tra il terrore e l’estasi ma l’animale ci osservo incuriosito per qualche istante, prima di fuggire.

Arrivammo alla zona adibita a falò, ci eravamo portati del cibo e volevamo scaldarlo all’aria aperta ma io da buon cittadino e con il vento che cominciava a soffiare non riuscii a combinare molto.

Fino a quando fummo disturbati dal rumore di un motore. Comparve Emma, neanche 30 anni, guardiaboschi. Una vikinga in piedi sulla sua motoslitta.
Notò la nostra difficoltà e non servirono molte parole. Corse a recuperare dei ceppi di legno da un capanno vicino, inizio a spaccarlo e scorticò la corteccia come base per il fuoco. Così timida da arrossire mentre la guardavamo, non riusciva nemmeno ad alzare la testa per guardarci in volto. Ma continuava a lottare testarda contro il vento finchè il fuoco non si accese, caldo e intenso.

Scappò via all’istante balbettando un saluto e non riuscii nemmeno a ringraziarla.

Lo faccio qui. Grazie Emma Hansen. (ho scoperto il cognome dopo averla rintracciata su facebook)

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